Presentazione di Romina Guidelli


“Roma è una città figurativa, dove la figuratività si trova dappertutto, dalla cucina all’architettura, dalle donne alla religione, dal costume alla politica. Tutto rimane corporeo e reale e al tempo stesso anarchico e contraddittorio”.

Alberto Moravia, 1957



Anna Proietti


Questa la Roma di Anna Proietti, città in cui nasce, studia, vive e lavora a tutt’oggi.
Quella Roma che offre, ammette; poi confuta e toglie: perché aspira all’evoluzione.

La pittura di quest’artista si evolve negli anni nella sua Roma. Dopo i conseguimenti accademici, Anna passa agli incontri sempre più assidui a studio con il maestro siriano Bur Han Samy, dove affronta esercizi sul colore e sulla costruzione dei piani pittorici, attraverso un attento studio dell’arte Antica e del Moderna.

L’interesse rivolto all’equilibrio e all’armonia compositiva della pittura Classica, dopo una sperimentazione di tipo Informale-Astratta che avviene nel 1978, di cui poche opere rimangono a testimonianza, fa da guida a una tecnica espressiva rigorosa che guarda alla reinterpretazione dei lavori della tradizione, (in cui paesaggio e figura assumono forme certe, quasi nitide, squisitamente pittoriche, legate ai soggetti del’ 600 italiano e fiammingo) con particolare aderenza al vero, enfatizzata da dettagli e da particolari sottoposti al giudizio di un’abbagliante luce imperatrice.

Dagli anni Novanta, lo studio e la copia delle opere Manieriste e Barocche, assorbono Anna in un’analisi costante, che il tempo dimostrerà essere stata incipit necessario per ogni futura scoperta. Ben presto, infatti, i paesaggi raffinati della prima pittura, sembrano scomparire in un pulviscolo alchemico di colore che sfoca gli ambienti, mantenendo esclusivamente i profili degli scenari dipinti. L’attenzione dell’artista, si concentra unicamente sui volumi e sulle linee che costruiscono le forme, superando le caratteristiche che le rendevano riconoscibili. Rimane invece costante la cura per la posa dei soggetti, interpretata come atteggiamento: essa ha il compito di raccontare biografie impossibili di uomini senza volto, la cui riconoscibilità è affidata al momento in cui sono “fermati sulla tela”.

Così, Anna dipinge i suoi personaggi sempre nel lampo di un gesto in divenire, perché azione stessa racconti chi la compie.

Questo processo trasforma la sua opera da lirica a narrativa, tano che le figure assumono un’importanza ancora maggiore nel 2010 e si stagliano con forza sugli sfondi terrosi, caldi, indubbiamente ispirati al Classico, ma sembrano fluttuare nello spazio come nel tempo, poiché le sembianze di puro colore, le rendono libere da ogni schema imposto. La prospettiva stessa scompare per condurre i soggetti in primo piano nell’opera; perché è dal primo piano conquistato che vogliono iniziare a raccontarsi come presenze in essere “qui e ora”, dopo un viaggio che finalmente li presenta come meritano: da protagonisti. Le tinte che li interpretano, sono date per campiture di pennellate esatte, divise da una geometria di linee ortogonali proiettate “a pioggia” sui corpi, costruite da sezioni impercettibili del segno. Il senso plastico della forma, non abbandona mai la pittura dell’artista, per questo motivo ogni tassello assume toni e sfumature di uno stesso pigmento, capaci di creare ombra e impressione plastica, ma al contempo di esaltare disposizione o movimento con l’intenzione di lasciar trapelare il carattere dei personaggi.

Saturata questa prima ricerca, Anna nel 2012 torna a subire il fascino delle “vedute”, ma in maniera diversa.

Lo spazio pittorico accoglie nuovi paesaggi etesi e nebulosi, ma ognuno di essi ospita piccole figure sempre più numerose, le quali sembrano più che vivere la superficie, intimamente minacciarla. La costruzione pittorica è la stessa del 2010, ma i colori cambiano. I soggetti rappresentati, sono ancora vestiti d’intrecci esatti che accolgono il pigmento, ma compare il bianco saturo che assorbe il compito di distaccarli completamente dallo sfondo, per renderli curiosamente alieni e surreali.

Ora è palese che quel ‘600 che la rassicurava, non le appartiene più. La ricerca dal verosimile mira al vero. L’approccio diventa Contemporaneo. Per questo motivo i soggetti si denudano dal particolare e dalla copia del reale, dalla grazia, per vestirsi di solo composto colore. Questo nuovo punto di vista, rende i protagonisti delle sue opere scevri dalla responsabilità della tradizione, alla conquista di uno spazio attivo e presente, rivelando l’ordine di un processo d’indagine che si realizza attraverso andate e ritorni: “con e contro” l’antico, capace di dare nuova vita ad una pratica storica per poi minarla, a mano a mano che la ricerca progredisce.

Le stesse superfici irregolari e le crepe create dalla tecnica dell’olio sulla tela, si “lisciano” e si appiattiscono nel tempo trasversalmente a uno studio che non mima, ma cerca un suo linguaggio, mantenendo il piacere della composizione e le atmosfere accuratamente orchestrate. L’armonia e la reminiscenza nascoste dietro la patina dell’olio, creano il filo conduttore che permette la conoscenza del percorso realizzato dall’artista tra memoria e fantasia, come uno slancio che s’impone d’evocare prima ancora di rappresentare e che solo dopo aver raggiunto quest’obiettivo, sarà pronto a liberarsi del medium che racconta Scuola e Storia: la Pittura. Quello che Anna mantiene, fino alla sua recentissima trasformazione dell’ambiente pittorico in completo collage di carte di giornali tagliate in “petali” di diversa dimensione, è quel gusto per l’iconografia antica che trasforma i suoi ritratti contemporanei in soggetti dall’aspetto mitologico, raffinatamente interpretati attraversando un’illustrazione della posa dal sapore Classico, moltiplicata nelle varie opere ed elaborata fino al raggiungimento di un nuovo alfabeto pittorico e di un moderno significato. Una coazione a ripetere che influenza e condiziona il linguaggio e la tecnica in maniera costante, perché asseconda la volontà dell’artista di conoscere a fondo l’origine prima di generare il salto, svelando sacre memorie, sacre identità, fino alle sacre intimità degli ambienti contemporanei e dei loro abitanti, che oggi dipinge di collage.

Un metodo capace di sollecitare il bagaglio culturale ed intellettuale dell’osservatore che a colpo d’occhio riconosce le fattezze e le aderenze rievocate dalle opere, per poi abbandonarsi all’ interpretazione realizzata dalla artista come possibilità di nuovo discorso.

Concettualmente, quindi, la ricerca di quest’artista è molto più ampia di quello che appare al primo sguardo. Le opere incarnano idealmente il passaggio da una dimensione spaziotemporale all’altra, la congiunzione degli opposti: passato e futuro, certo e probabile, finito e infinito, Moderno e Contemporaneo.
Un’analisi che conduce la sua pittura fuori dal tempo, nonostante lo attraversi. Le conoscenze assunte, così come l’esercizio, hanno determinato una formazione tecnica considerevole, ma hanno soprattutto favorito l’esperienza che le permette di attingere al vero, senza mai dimenticare artefatto come possibilità o come scelta.

Allora nell’opera di Anna scopriamo la storia, la realtà, la memoria, l’immaginazione, sempre mentre “l’uomo guarda l’uomo”: da “dentro a fuori” e da “fuori a dentro”, rispetto al quadro e al tempo. La costante del doppio punto di vista, permette d’incrementare la ricerca, d’affinarla e sublimarla, fino al punto di stravolgerla.

Ecco perché possiamo affermare che Anna Proietti dipinge le immagini d’eroi che vengono dal passato e attraverso la pittura, sopravvivono ad esso. Essi raggiugono il presente senza volto, perché costretti a nascondersi, a mascherarsi, a rinnovarsi sotto le vesti d’altri eroi: gli eroi del contemporaneo.
Protagonisti tradotti come simboli di un’umanità che attende e muove sempre, verso una “nuova alba”.

Così che... “... Tutto rimane corporeo e reale e al tempo stesso anarchico e contraddittorio”, straordinariamente umano.

Romina Guidelli